Futuro chiama Europa, con Luisa Regimenti – GREEN PASS MA NON TROPPO. QUALE EQUILIBRIO TRA LIBERTÀ PERSONALE E COLLETTIVA?

Con l’on.Luisa Regimenti, europarlamentare Guppo PPE-Forza Italia.

Puntata di giovedì 22 luglio, ore 18.00

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A che punto siamo arrivati nella lotta al Covid? Abbiamo cercato di rispondere a questa domanda insieme all’on. Luisa Regimenti, che ci ha fornito importanti informazioni utili per approcciarsi in maniera responsabile e senza paure immotivate con il virus che ha cambiato il mondo. Abbiamo a disposizione molte linee terapeutiche efficaci; ci sono centri di monitoraggio europei che valutano ogni tipo di mutazione; c’è in corso una campagna vaccinale che ha consentito di quasi azzerare i decessi e i ricoveri nelle terapie intensive. Insomma, secondo l’on. Regimenti non dobbiamo più temere il Covid, perché la situazione è radicalmente cambiata dallo scorso anno: abbiamo gli strumenti per poter “convivere” con questo virus.

A non essere cambiata, invece, è una comunicazione di massa grossolana, che invece di informare confonde e spaventa i cittadini lasciandoli con molti dubbi e poche risposte. Da questo punto di vista, la politica dovrebbe fare molto di più e di diverso. A fare la differenza ( come sempre) sarà il senso di responsabilità dei cittadini: è necessario arrivare al prossimo autunno scongiurando qualsiasi tipo di restrizione alle libertà personali che possono compromettere la ripresa economica.

E a proposito del “green pass” – ci ha ricordato l’on. Regimenti – è bene tenere a mente che il “certificato digitale Covid” non è un passaporto vaccinale, si limita invece a certificare che una persona si è sottoposta alla vaccinazione contro il Covid, che è guarita da questa patologia ovvero si è sottoposta a tampone con risultato negativo.

Ciò ci riporta a quanto deciso dal Consiglio d’Europa, ossia che la vaccinazione non può essere obbligatoria e che ogni Stato deve “garantire che nessuno sarà discriminato se non è vaccinato”. Forse non stiamo andando proprio in questa direzione.

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ANIMALI & PALAZZI

Con Gianluca Felicetti, presidente della LAV.

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In evidenza questa settimana. Continua spedito l’iter della riforma dell’art. 9 della Costituzione nella Commissione Affari costituzionali della Camera: stabilito il termine per la presentazione degli emendamenti. Nella Commissione Agricoltura del Senato continua il ciclo delle audizioni nell’ambito del ddl sulla disciplina della professioni cinofile. Attesa la decisione del Consiglio europeo sull’agricoltura sulla chiusura degli allevamenti di visoni.

Fuori dai Palazzi: polemica a Roma per un’opera “artistica” situata a Trastevere che raffigura una porchetta con il volto di un maiale: la statua fa parte di un progetto artistico dedicato alla rigenerazione urbana ( finanziato con soldi pubblici): chiesta la rimozione.

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Futuro chiama Europa con Luisa Regimenti: IL VIRUS DELLA DISUGUAGLIANZA.

Con la partecipazione di Fabrizio Santori, membro del Direttivo della Lega – Regione Lazio

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Entro il 2030 oltre mezzo miliardo di persone in più vivrà in povertà. E’ questo un primo bilancio delle conseguenze causate dalla pandemia: se la politica non interverrà con solerzia il rischio è che povertà e discriminazioni diventino più letali del Covid-19. E ancora una volta ad essere maggiormente colpiti da questa tragedia mondiale sono le donne, i bambini e i giovani, gli anziani e i disabili.

In questo momento in cui l’emergenza sanitaria sembra quanto meno arginata, è tempo di individuare i mutamenti avvenuti nella nostra società. Ad essere cambiato non è soltanto l’ambiente circostante: gli effetti psicologici delle restrizioni economiche e sociali che abbiamo tutti sopportato in questo ultimo anno e mezzo stanno affiorando con visibile prepotenza.

Il Next Generatione EU e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), offrono la possibilità di traghettare l’Europa e l’Italia fuori dalla crisi pandemica. Le risorse ci sono, ma occorre agire in fretta e con rinnovato senso di solidarietà.

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Futuro chiama Europa, con Luisa Regimenti. COESIONE IN CORSO D’OPERA.

Puntata di martedì 7 giugno, ore 11.00

Con la partecipazione di Davide Bordoni (Lega), Consigliere al Comune di Roma

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La pandemia ha costituito una sorta di spartiacque: c’era una società prima del Covid, che noi tutti conosciamo bene; ci sarà una società dopo il Covid, che deve ancora essere costruita. In questa “terra di mezzo” in cui stiamo vivendo, il compito più arduo sarà quello di creare le fondamenta della nuova società globale. La sfida più grande riguarda il contrasto alle diseguaglianze, che non sono più legate soltanto a fattori economici: esistono disuguaglianze di genere, generazionali, diseguaglianze ambientali, di salute, di istruzione, di sicurezza.

Uno dei tre pilastri su cui è fondata la strategia europea del NGEU riguarda la coesione territoriale, poiché il degrado urbano e le disuguaglianze sono due facce della medaglia. Nell’ultimo anno, chiusi nelle nostre case e confinati dei nostri comuni di residenza, abbiamo potuto constatare con mano l’importanza di vivere in un luogo con adeguati servizi territoriali e spazi pubblici all’aperto. In questo senso, la politica ha compreso che per ridurre le disuguaglianze bisogna avviare una capillare rigenerazione urbana, pensata per creare benessere e una qualità della vita migliore per i cittadini. La sfida del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è proprio questa: più territorio per una rinnovato bisogno di comunità. Avremo tempo fino al 2026 per attuare questa trasformazione, senza margini di errore. Da dove iniziare, quindi, questo percorso?Ne abbiamo parlato in questo podcast con l’europarlamentare Luisa Regimenti, e con il consigliere Davide Bordone.

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ANIMALI & PALAZZI

Con Gianluca Felicetti, presidente della LAV

Puntata di lunedì 7 giugno, ore 12.00

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In evidenza questa settimana. Finalmente liberi: i 3 macachi dell’Università di Verona escono dal laboratorio per iniziare una nuova vita nel Centro di recupero di Semproniano della LAV. Non ci possono cancellare anni di torture, ma almeno questi animali potranno vivere il resto della loro via liberi e in mezzo alla natura. Un risultato che è stato possibile anche grazie al supporto del consigliere al Comune di Verona, Laura Bocchi, che si è fatta da intermediaria con l’Ateneo dove erano rinchiusi i macachi.

Dai Palazzi, invece, atteso per questa settimana nella Commissione Giustizia del Senato l’esame degli emendamenti al ddl per la riforma del codice penale, che introduce norme più severe per chi maltratta di animali. Nella Commissione Agricoltura del Senato, proseguono le audizione nell’ambito del riordino della disciplina delle professioni del settore cinofilo.

Continua la campagna Lav #salvacanguri: vedi di più su https://www.lav.it/campagne/salvacanguri.

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L’EUROPA ALLE PRESE CON I PIANI NAZIONALI DI RIPRESA E RESILIENZA.

Con l’on. Antonio Maria RINALDI, europarlamentare Gruppo Lega-Identità e Democrazia

Puntata di giovedì 27 maggio, ore 11.00

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Per uscire dalla crisi causata dalla pandemia l’Europa, attraverso lo strumento del Next Generation EU, ha messo in campo un piano di ripresa da 750 miliardi di euro. Detta così, sembrerebbe di essere di fronte una svolta epocale, alla stregua di quello che fu il Piano Marshall alla fine della Seconda Mondiale. La realtà, però, come spesso accade, è ben diversa dai proclami. In questo podcast, l’on. Antonio Maria Rinaldi, ci ha aiutato a fare un po’ di chiarezza sulla reale portata di questo Piano europeo e sulle conseguenze che avrà sullo sviluppo dei diversi Stati membri.

Partiamo da quella che viene considerata la “portata di fuoco” del NGEU: 750 miliardi di euro, di cui 390 miliardi sotto forma di sovvenzioni e 360 miliardi in prestiti. C’è chi ha interpretato il termine “sovvenzioni” come “erogazioni di soldi a costo zero”. Cominciamo col dire che, in realtà, il “benefattore” Europa non esiste. L’Unione europea si tiene in piedi attraverso i contributi dei singoli Stati, tant’è che la Commissione per reperire queste risorse del NGEU deve andarle a trovare sui mercati. Difatti, in questi mesi gli Stati membri sono stati impegnati nella ratifica nazionale della Decisione sulle risorse proprie (DRP), che per l’appunto autorizza la Commissione a fare questo passaggio sui mercati dei capitali. Al momento, tra l’altro, Paesi Bassi, Polonia, Austria, Ungheria e Romania, non hanno ancora ottemperato alla ratificata, mentre ricordiamo che in Germania c’è stato un “incidente di percorso” durante l’iter di ratifica con l’intervento della Corte Costituzionale tedesca. Inoltre, sempre per finanziare la strategia europea di ripresa, verranno introdotti nuovi strumenti fiscali: ossia nuove tasse proprie della UE che pagheranno tutti i cittadini europei.

Altra questione. Secondo alcune ricostruzioni degli eventi accaduti nel 2020, all’Italia sarebbero state assegnate ingenti risorse per presunti “meriti” di strategia politica. In realtà, la ripartizione delle risorse è stata effettuata secondo parametri standard. Ciò, tra l’altro, è scritto nero su bianco proprio nel PNRR, laddove recita: “L’iniziativa NGEU canalizza notevoli risorse verso Paesi quali l’Italia che hanno recentemente sofferto di bassa crescita economica ed elevata disoccupazione. Il meccanismo di allocazione tra Stati Membri riflette infatti non solo variabili strutturali come la popolazione, ma anche variabili contingenti come la perdita di prodotto interno lordo legato alla pandemia”. Detto in altra maniera: abbiamo ottenuto la disponibilità di 205 miliardi poiché la nostra economia è tra quelle europee in maggiore sofferenza.

Ma veniamo ai singoli Piani nazionali. Dal confronto tra il PNRR italiano e quelli presentati dagli altri Paesi, emerge una peculiarità tutta nostrana. Al di là di quanto messo a disposizione dalla UE, tutti gli Stati che hanno già presentato il PNRR hanno deciso di non utilizzare tutte le risorse assegnategli, altri hanno addirittura ritenuto di fare ricorso soltanto alle sovvenzioni ( vedi Spagna, Francia, Germania). L’Italia non solo ha predisposto un Piano utilizzando tutta la linea di credito europea ( 205 miliardi), ma a ciò ha aggiunto un Fondo complementare nazionale di altri 30 miliardi. Alla domanda sulle ragioni che hanno presumibilmente indotto gli altri Stati ad essere più cauti nell’utilizzo di queste risorse, l’on. Rinaldi ci ha fornito una risposta chiara e inequivocabile che possiamo riassumere in una parola: condizionalità. Ricordiamo, infatti, che l’Europa ha vincolato l’utilizzo delle risorse del NGEU ad alcuni settori ritenuti strategici. Il regolamento del NGEU prevede che un minimo del 37% di spesa deve essere utilizzato per investimenti relativi alla transizione ecologica e il 20% per quella digitale. Ciò a prescindere dalle esigenze e peculiarità specifiche dei sistemi di sviluppo produttivo dei singoli Paesi. A ciò va aggiunto che queste transizioni devono essere attuate inderogabilmente entro il 2026, con il rischio di andare stressare i sistemi produttivi invece di accompagnarli ad una trasformazione graduale, secondo quanto già deciso dall’European Green Deal.

Queste considerazioni ci offrono uno spunto di riflessione per interrogarci tanto sull’opportunità quanto sulla fattibilità di questo Piano e, soprattutto, sul futuro che attende il nostro Paese. Non dimentichiamo, che la situazione economica italiana era critica anche prima della pandemia. Tra il 1999 e il 2019, il Pil italiano è cresciuto in totale del 7,9%. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2%, del 32,4% e del 43,6%. A questo punto non ci resta che aspettare, per capire se l’Italia è stata più lungimirante degli altri Stati oppure se, diversamente dagli altri Paese membri dell’Unione, abbiamo peccato di troppa arroganza. In questo momento di attesa, l’intervista al prof. Rinaldi, è sicuramente un valido strumento di riflessione per prendere consapevolezza del momento storico che stiamo vivendo.

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L’ALBANIA AL VOTO: LE RIFORME E IL PROCESSO EUROPEO.

RISIKO – Con Antonio Albanese e Graziella Giangiulio, direttore e condirettore di AGC Communication e la partecipazione dell’on. Anna Cinzia Bonfrisco, europarlamentare Gruppo Lega- ID.

Puntata di mercoledì 28 aprile, ore 15.00

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Il risultato delle elezioni in Albania, che si sono svolte domenica 25 aprile, hanno visto trionfare il partito socialista guidato dal presidente uscente Edi Rama, che si appresta ad iniziare il suo terzo mandato da Primo Ministro. Una vittoria schiacciante che permetterà al nuovo esecutivo di governare da solo, senza il bisogno di formare alleanze con altre forze politiche.

Dietro questi risultati, purtroppo, si nasconde una realtà allarmante. La campagna elettorale che ha preceduto il voto è stata a dir poco pesante e a tratti addirittura tragica, avendo fatto registrare diverse sparatorie e una vittima: morta a seguito dell’intervento di alcuni agenti di polizia durante una manifestazione di protesta. A ciò si aggiunge la dilagante corruzione, che da diversi anni vede una pericolosa commistione tra funzionari pubblici e governativi e la malavita. Sotto i riflettori della “cronaca nera” non c’è soltanto la squadra di Edi Rama, ma anche rappresentanti dell’opposizione. Un legame quello tra la politica albanese e la criminalità organizzata, che è alimentato da un sistema giudiziario a dir poco compromesso (e gli arresti degli ultimi giorni di giudici e avvocati ne sono la riprova).

Una situazione, questa, che sta fortemente scoraggiando la popolazione. Non a caso domenica scorsa si sono recati alle urne soltanto il 48 per cento dei cittadini. Al di là dell’endemica corruzione nella vita pubblica albanese, la minaccia imminente riguarda proprio il controverso esito del risultato elettorale. La stessa OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) ha apertamente parlato di una rete di compravendita di voti e si è detta molto preoccupata per la tenuta democratica in Albania. Ad ogni modo, per ulteriori valutazioni e/o per formulare delle accuse, si attendono le risultanze degli Osservatori elettorali. Nondimeno, è stato negato il diritto di voto ai numerosi albanesi residenti all’estero: parliamo di circa 1,5 milioni di cittadini. Lo stesso Premier del Kosovo, Albin Kurti, per esercitare il suo diritto di voto di cittadino albanese, si è dovuto recare personalmente in patria.

Questa situazione apre una serie di incognite sul processo di adesione dell’Albania per entrare a far parte dell’Unione europea. L’iter delle riforme richieste da Bruxelles al Governo di Tirana (in primis la riforma della giustizia) sta andando a rilento e, dal momento che sono stati proprio i Governi guidati da Edi Rama parte del problema, è presumibile che non ci sarà un immediato cambiamento di indirizzo politico. Ad ogni modo, l’Europa e gli Stati membri devono fare tutto ciò che è il loro possesso per agevolare l’ingresso dell’Albania nella “Grande Europa”, anche se saranno necessari maggiori sforzi e tempi più lunghi del previsto. Ci sono generazioni di giovani albanesi che aspirano a diventare cittadini europei: ad essi non si può voltare le spalle. Parimenti, esiste un altro pericolo all’orizzonte. “Se sbagliamo il punto di equilibrio” – ha osservato l’europarlamentare Cinzia Bonfrisco“consegneremo quest’area agli antagonisti dell’Europa”. Parole che evocano l’avanzata della Cina e della Russia nei Balcani…

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IL RUOLO DEL BIOGAS NELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA.

Con il sen. Gianpaolo VALLARDI (Lega), presidente della Commissione Agricoltura del Senato.

Puntata di giovedì 29 aprile, ore 18.30

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L’azienda agricola 4.0 non è più un miraggio, ma una realtà che si sta realizzando su tutto il territorio nazionale. Ci vorrà del tempo, ma la rivoluzione green dell’agricoltura è iniziata, e l’Italia può vantare competenze di alta professionalità. In questo contesto, una delle sfide più ambiziose è quella di creare un’economia circolare all’interno dell’impresa agricola, capace di produrre e consumare combustibile all’interno dall’azienda. E proprio gli impianti di biogas e biometano sono la risposta rinnovabile per all’abbattimento delle emissioni inquinanti.

Con le risorse che saranno messe a disposizione dal PNRR ( Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), sarà possibile investire in ricerca e nello sviluppo tecnologico della meccanica agraria, così come nel rinnovo del parco macchine esistente. Allo stesso tempo, il legislatore deve impegnarsi anche a prevedere una normativa del settore più snella e veloce. Una sburocratizzazione che sarà particolarmente utile per i piccoli imprenditori, che non riescono a sostenere il costo di lungaggini burocratiche che arrivo a potrarsi anche per diversi anni. In particolare, la Commissione Agricoltura del Senato, guidata dal presidente Gianpaolo Vallardi, è molto impegnata nel sostenere questa sfida ambientale nell’agricoltura. Al centro di questa rivoluzione green c’è la consapevolezza della necessità di trovare le giuste soluzioni per un uso sostenibile del suolo, il che significa: sostenibilità degli spazi disponibili, riduzione e maggiore efficienza del consumo delle risorse idriche, passaggio dai concimi chimici ai fertilizzanti organici, forte riduzione di pesticidi e diserbanti.

La ricerca e il progresso tecnologico saranno fondamentali per realizzare questi cambiamenti. Parimenti, sarà necessario agire anche sulla consapevolezza del singolo cittadino/consumatore. La tutela dell’ambiente, infatti, ha un costo che graverà su tutta la comunità. Si tratta di un costo necessario, tuttavia le scelte dei consumatori possono agevolare questa transizione premiando quelle aziende che sono maggiormente impegnate a salvaguardare il nostro Pianeta. In questo senso, sarebbe agevole un’etichettatura che permetta una scelta consapevole nell’acquisto dei prodotti. Una battaglia che si gioca, però, sul terreno europeo e che al momento non sembra di facile soluzione. E’ chiaro che se Bruxelles decide di applicare il “bollino verde” alla Coca-Cola light mentre l’olio d’oliva italiano ne merita uno “rosso”, significa c’è un problema di fondo che va oltre le questioni ambientali.

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CARACAS VS BOGOTÀ. COSÌ IL VENEZUELA RISCHIA DI INNESCARE LA GUERRA TRA MOSCA E WASHINGTON.

RISIKO – Con Antonio ALBANESE, direttore di AGC Communication e la partecipazione dell’on. Alessandro PANZA, europarlamentare Gruppo Lega-ID.

Puntata di mercoledì 21 aprile, ore 15.00

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Il confine tra il Venezuela e la Colombia, una distesa di vegetazione di circa 2.000 km, è tornato ad essere teatro di forti tensioni. I governi di Caracas e Bogotà, infatti, hanno inviato truppe e forze speciali nelle zone di confine. Le città di Apure (sul versante venezuelano) e di Arauca (sul versante colombiano) da settimane sono al centro di guerriglie tra trafficanti di droga e contrabbandieri, membri dell’Esercito di liberazione nazionale (ELN) e dissidenti delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC) che ancora rifiutano la pace di Cuba del 2016. La rivalità tra i governi di Nicolas Maduro e di Ivan Duque va avanti dal 2018, tant’è che i due Paesi non hanno più alcun rapporto diplomatico.

L’aspetto che più preoccupa di questa situazione è la possibile escalation a livello internazionale, che vede ancora una volta la contrapposizione tra Usa e Russia. Da un lato ci sono gli Stati Uniti, che da quando l’ex presidente Trump ha inviato ingenti forze militari per gestire la lotta al narcotraffico, sono molto presenti in territorio colombiano. Dal lato opposto c’è la Russia, che con il Venezuela ha siglato nel 2019 un accordo di reciproco aiuto militare, che prevede tra l’altro l’accesso delle navi da guerra dei due Paesi nei rispetti porti. Situazione questa – ha spiegato il direttore di AGC Communication, Antonio Albanese – che presenta molte similitudini con quanto sta avvenendo nella regione del Donbass. Insomma, lo scontro tra Usa e Russia si infiamma sempre di più e investe molteplici teatri di guerra, con il rischio che prima o poi qualcosa sfugga di mano. Nel frattempo, si susseguono le minacce “diplomatiche”. Proprio ieri il presidente russo, Vladimir Putin, ha lanciato il suo ultimo avvertimento. “Vogliamo avere buoni rapporti con tutti i membri della comunità internazionale”– ha affermato il presidente Putin nel suo discorso annuale alle Camere – “ma se qualcuno percepisce la nostra buona volontà come indifferenza o debolezza, e i ponti è pronto a bruciarli completamente, o addirittura farli saltare in aria, allora la risposta della Russia sarà asimmetrica, rapida e dura”.

Questa guerra a distanza tra le due superpotenze sta avvenendo nel silenzio assordante ( e inquietante) dell’Unione europea che – come ci ha riferito l’europarlamentare Alessandro Panza – già particolarmente assente in politica estera, sembra non prestare attenzione a quanto avviene nelle “zone calde” del resto del mondo. Parimenti, la UE non ha ancora pensato ad una strategia efficace per gestire le crisi internazionali, diversa dal fallimentare sistema delle sanzioni. In tutto questo scenario, continua la grave crisi umanitaria, con migliaia di profughi in fuga dal Venezuela. Nonostante la crisi venezuelana abbia prodotto un numero di rifugiati pari a quelli siriani, la democratica Europa rimane indifferente a questo dramma, mentre dall’ONU solo proclami a “basso costo”.

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CAOS GERMANIA, TRA LOCKDOWN E PROTESTE.

Con Antonio ALBANESE e Graziella GIANGIULIO, direttore e condirettore di AGC Communication.

Puntata di mercoledì 24 marzo, ore 15.00

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Nella Germania di Angela Merkel soffia vento di crisi, e le ragioni di questa frattura interna non riguardano soltanto le conseguenze generate dalla pandemia Sars-Cov2. La “locomotiva d’Europa” si trova oggi a dovere gestire una protesta sociale che rappresenta una profonda sfiducia nelle Istituzioni, soprattutto nei confronti dei partiti che fino ad oggi hanno tenuto le redini del paese. I risultati delle recenti elezioni nei Land di Renania-Palatinato e Baden-Württemberg, rappresentano una disfatta per la Cancelliera e per i partiti della coalizione (CDU-CSU e SPD). In generale, le continue manifestazioni popolari di protesta, sommate agli scandali e al malaffare dietro la gestione del Covid, stanno mettendo a dura prova la tenuta sociale della Germania.

E non è tutto. L’ultimo Rapporto della BfV, l’intelligence nazionale tedesca, mette in guardia dagli attacchi di gruppi di estremisti di destra, di sinistra e di matrice jihadista, considerati una minaccia per la sicurezza democratica. Questi gruppi, infatti, stanno approfittando del clima di tensione che si è creato a seguito delle chiusure imposte dal Covid, per infiltrarsi nelle manifestazioni di protesta e propagare la loro azione. Ed è di questi giorni, la notizia della conclusione di una grande operazione nazionale contro un’organizzazione radicale islamica che si fa chiamare Jama’atu Berlin.

A questa situazione interna, si vanno a sommare questioni diplomatiche “esterne” di grande impatto in ambito internazionale. Proprio in questi giorni, gli Usa hanno minacciato sanzioni contro Germania in ragione della costruzione del super gasdotto NordStream2 che, secondo l’amministrazione Biden, porterebbe l’Europa ad essere troppo dipendente dalla Russia. Insomma, tra malcontento interno e tensioni internazionali, la situazione in Germania appare esplosiva. Soprattutto, rischia di sfuggire di mano.

Il fatto che la Cancelliera Merkel abbia dovuto fare pubblica ammenda per l’annuncio ( poi ritirato) di un lockdown duro durante le festività pasquali, se da un lato denota un’ammirevole lucidità politica da parte della Cancelliera, dall’altra dimostra la fragilità sociale in cui si trova oggi la Germania. E, memori delle “primavere arabe”, sappiamo che quando la miccia si accende in uno Stato, il fuoco delle proteste si propaga praticamente ovunque nello stesso Continente.

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LA GEOPOLITICA DEI VACCINI: IL CASO ASTRAZENECA.

Con Paolo BORCHIA, europarlamentare Gruppo Lega-ID; Arnon SAHAR, responsabile nazionale della task force vaccinazione anti-covid del Maccabi Health Service; Antonio ALBANESE e Graziella GIANGIULIO, direttore e condirettore di AGC Communication.

PUNTATA DI MERCOLEDÌ 17 MARZO, ORE 15.00

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Come era prevedibile, la decisione di ieri dell’EMA (European Medicines Agency), arrivata dopo quattro di stop ad Astrazeneca da parte di Italia, Francia e Germania, ha tolto il vaccino della multinazionale inglese dal girone del disonore e dell’infamia. Ciò non toglie, che la decisione del triangolo italo-franco-tedesco abbia arrecato un danno d’immagine nei confronti del vaccino Astrazeneca, i cui effetti si andranno ( purtroppo) a manifestare nelle prossime settimane con un probabile rallentamento nella campagna vaccinale europea.

In questa puntata di Risiko, Antonio Albanese e Graziella Giangiulio, insieme agli ospiti intervenuti, hanno cercato di fare un po’ di chiarezza su questa vicenda. L’intento, come sempre, è quello di fornire informazioni precise comprovate da dati ed esperienze dirette, come quella del prof. Arnon Sahar, responsabile della task force di vaccinazione anti-covid del Maccaby Health Service di Tel-Aviv. Il professore Arnon ci ha spiegato quali sono i punti di forza che hanno fatto diventare la campagna di vaccinazione di Israele un modello per gli altri paesi. Possiamo riassumere la strategia adottata da Israele in questi pochi punti. Punto primo: vaccinare tutti, senza distinzione di età e a prescindere dalle condizioni mediche e patologie croniche pregresse. Punto secondo: portare il vaccino sotto casa delle persone, invece di farle spostare in ospedale. Secondo il prof. Arnon, infatti, i cittadini sarebbero meno disponibili ad andare in ospedale: per paura di contrarre i virus nei nosocomi, ma anche perché gli ospedali spesso sono lontani, e molte persone sono costrette a utilizzare la macchina, con un dispendio di risorse economiche in termini di spesa per la benzina,di parcheggio, o costo dei biglietti per i mezzi pubblici. Quest’attenzione alle esigenze materiali e psicologiche delle persone, denota una scrupolosa analisi della situazione socio-economica e culturale della cittadinanza che ha preceduto la redazione del piano vaccinale. Punto terzo: abbattere tutte le normali procedure amministrative (tant’è che nessun israeliano ha dovuto firmare alcun documento all’atto della vaccinazione), e dotare le persone vaccinate di un patentino statale per ricominciare a condurre una vita normale ( e rimettere in moto l’economia). Questi tre punti possono funzionare a patto che siano supportati da un’azione politica coraggiosa, che non si faccia influenzare dall’emotività dell’opinione pubblica ma sia attenta ai dati scientifici, e anteponga il bene della collettività ai diritti dei singoli. Ci dispiace constatare, che in Italia ( come in altri paesi europei) dopo un anno di pandemia ci si ostini a volere combattere il covid con “soluzioni ordinarie” anziché con interventi straordinari. Se questo approccio fosse stato adottato in Israele, la loro campagna vaccinale non sarebbe nemmeno iniziata. Il prof. Arnon, infatti, ci ha ricordato che a dicembre, quando la campagna di vaccinazione in Israele stava per cominciare, si erano verificati in Gran Bretagna importanti casi avversi ai vaccini. Questi fatti non hanno minimamente scalfito la volontà del governo israeliano di andare avanti per raggiungere l’obiettivo di vaccinare tutta la popolazione. I casi avversi, compresi i decessi, ci sono e ci saranno, poiché non pensabile che un farmaco sia “a rischio zero”. La priorità è portare fuori dall’emergenza pandemica tutta la collettività. Indubbiamente, Israele ha le sue peculiarità territoriali, diverse da quelle dell’Italia e del resto del mondo, tuttavia la sua esperienza ha dimostrato che con un buon piano vaccinale la pandemia si può gestire e che gli effetti positivi della vaccinazione sono senza dubbio maggiori degli effetti collaterali sopportati.

A questo punto, possono rivelarsi utili i numeri sui vaccini che nel corso della trasmissione Graziella Giangiulio e Antonio Albanese ci hanno fornito. I dati riferiti al 10 marzo 2021 del vaccino “incriminato” (Astrazeneca) ci prospettano questa situazione: 5 milioni di vaccinati in territorio europeo e 31 decessi che si sono verificati a seguito della vaccinazione. Dati che non ci possono far parlare di un allarme, anzi l’incidenza di casi avversi è “nella norma”. Ad ogni modo, sono doverose tutte le inchieste per capire come mai si sono verificate queste morti e se sono direttamente correlate al vaccino. Del resto gli effetti avversi non si sono registrati soltanto per AstraZeneca. I dati riferiti ai vaccini Pfizer e Moderna, riferiti al periodo dal 14 dicembre 2020 al 14 gennaio 2021, evidenziano che a fronte di 13 milioni di vaccinazioni effettuate, si sono verificati 518 eventi gravi e 35 decessi: 16 morti riferite al vaccino di Pfizer e 19 a quello di Moderna.

A questo punto ci domandiamo come mai i decessi che si sono verificati a seguito dell’inoculazione dei vaccini di Pfizer e Moderna non abbiano generato lo stesso allarme nella politica e nell’opinione pubblica. Per rispondere a questa domanda, dobbiamo spostarci in ambito geopolitico. Anzitutto, dobbiamo dire che ogni vaccino ha sua “bandiera”. Il vaccino Pfizer -BioNTech è di proprietà di due multinazionali: la Pfizer è americana, la BioNTech è tedesca. Il vaccino Moderna veste la bandiera a stelle e strisce. Poi c’è il vaccino AstraZeneca /Università di Oxford, che è inglese.

Andiamo a vedere i prezzi dei singoli vaccini. Il vaccino Pfizer costa tra i 23 e i 25 dollari; quello Moderna costa 25 dollari; quello di AstraZeneca tra i 4 e i 5 dollari. Praticamente il vaccino inglese è quello più economico attualmente in circolazione, se consideriamo che anche lo Sputnik russo ha un costo che si aggira attorno ai 10 euro.

Ed ecco che comincia a delinearsi una situazione da guerra commerciale legata alle vicende della Brexit, che vede contrapposto il blocco europeo da un parte e quello della Gran Bretagna dall’altra. Probabilmente in tempo di pandemia le vicende della Brexit non hanno appassionato molto l’opinione pubblica, tuttavia in questi ultimi mesi si è registrata una forte tensione tra la UE e il Regno Unito tanto su questioni finanziarie quanto commerciali. Cominciano anche a circolare voci poco gradite a Bruxelles, che mettono a raffronto il successo della campagna di vaccinazione inglese contro il disastro europeo. Ergo, il Regno di Sua Maestà ci ha visto lungo ad uscire dall’Europa.La gestione della pandemia da parte della Commissione guidata da Ursula Von der Leyen è stata e continua ad essere un fallimento completo, da ogni punto di vista.

L’on. Paolo Borchia, europarlamentare del Gruppo Lega-ID, fa parte del “gruppo di contatto” tra il Parlamento europeo e la Commissione. Si tratta di una sorta di “delegazione”, costituita dai capigruppo delle Commissioni Industria, Ambiente, Sanità e Commercio internazionale del Parlamento europeo, che ogni settimana si confronta con almeno tre Commissari per avere lumi sulla gestione della campagna di vaccinazione. Il gruppo di contatto a sua volta riferisce al Parlamento. Nella “democratica” Europa, accade anche questo! Del resto nessun parlamentare europeo, nemmeno i membri del gruppo di contatto, ha potuto leggere il contenuto dei contratti stipulati dalla UE con le case farmaceutiche. E il presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, ancora non riesce a riprendere le redini della situazione. L’on. Borchia ci ha fornito i dati recenti sulla produzione dei vaccini in Europa. Possiamo soltanto constatare che a fronte di una riduzione delle forniture, 60 milioni di dosi sono state destinate ai cittadini UE, 34 milioni di dosi sono volate in paesi extra Ue. In questa situazione, la presidente Von der Leyen dichiara che l’Europa si trova in questa situazione perché non aveva a disposizione professionalità giuridiche adeguate per negoziare i contratti con le case farmaceutiche. Questa dichiarazione, non merita commenti di sorta, anche perché il fallimento europeo va ben oltre i contratti sui vaccini. Dopo un anno, come ha ben messo in evidenza l’on. Borchia nel suo intervento, l’Europa non è riuscita a dotarsi di protocolli unici per la raccolta dei dati sul Covid e si registrano disallineamenti importanti tra paesi membri.

Ed eccoci arrivati allo stop al vaccino AstraZeneca deciso all’unisono da Germania, Francia e Italia. Strane coincidenze? Anche l’on. Paolo Borchia non esclude che si tratti più di questioni legate alla politica industriale che alla pericolosità del vaccino sulla popolazione. Di certo, il dubbio lecito! Il punto è che l’Italia si trova di nuovo colorata di rossa nella stragrande maggioranza del paese, con imprese e professionisti al collasso. Possiamo uscire da questa situazione soltanto con una campagna di vaccinazione di massa, diversamente a breve ci saranno più morti a causa della povertà che del covid. Oggi sono riprese le vaccinazioni con AstraZeneca, e già si temono gli effetti dell’“informazione del terrore” nei confronti del vaccino inglese. Ci auguriamo che l’ascolto di questo podcast possa essere un valido contributo per formarsi un’opinione corroborata da fatti e non da speculazioni.

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LA UE PROROGA VALIDITÀ DELLE PATENTI DI GUIDA.

In considerazione del protrarsi della pandemia, lo scorso 22 febbraio 2021 è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il Regolamento (UE) 2021/267 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 16 febbraio 2021, il c.d. “Omnibus II”, recante misure specifiche e temporanee riguardo al rinnovo o la proroga di taluni certificati, licenze e autorizzazioni in materia di trasporti. A seguito di ciò, il Ministero delle Infrastrutture e mobilità sostenibili ha emanato la Circolare 7203 del 1° marzo 2021, che sostituisce la precedente emanata in data 21 gennaio 2021 prot. 2143.

In base alle nuove disposizioni, si prevede:

– la proroga della validità delle patenti di guida scadute o che scadrebbero nel periodo compreso tra  il 1° settembre 2020 e il 30 giugno 2021 per un periodo di 10 mesi dalla data di scadenza su di esse indicata;

– la proroga della validità delle patenti di guida che, dopo l’applicazione della proroga di sette mesi già disposta dal precedente regolamento (UE) 2020/698, sarebbe scaduta o scadrebbe nel periodo compreso tra il 1° settembre 2020 e il 30 giugno 2021 per ulteriori sei mesi ma non oltre la data del 1° luglio 2021, se la predetta proroga di sei mesi viene a scadere dopo.

In sintesi, per la circolazione su tutto il territorio dell’UE e dello SEE, con le patenti rilasciate in Italia e per la circolazione su tutto il territorio italiano, con le patenti di guida rilasciate da un diverso Paese membro dell’UE o del SEE, la validità delle patenti è così prorogata:

scadenza originariascadenza prorogata
1° febbraio 2020 – 31 maggio 202013 mesi a decorrere dalla data della scadenza originaria (*)
1° giugno 2020 – 31 agosto 20201° luglio 2021 (*)
 1° settembre 2020 – 30 giugno 202110 mesi a decorrere dalla data della scadenza originaria (**)

(*) si applicano i sette mesi di proroga, decorrenti dalla data originaria di scadenza, di cui all’articolo 3, paragrafo 1, del regolamento (UE) 2020/698 ed, a seguire, gli ulteriori sei mesi di cui all’articolo 3, paragrafo 2, del regolamento 2021/267, ma non oltre la data del 1° luglio 2021;(**) si applicano i dieci mesi di proroga di cui all’articolo 3, paragrafo 1, del regolamento (UE) 2021/267;(***) per completezza espositiva si rappresenta che:-alcuni Stati membri, giusta facoltà riconosciuta dal regolamento 2020/698 hanno deciso di non adottare le proroghe su esposte o sono stati autorizzati ad adottarle con modalità differenti;- la stessa facoltà può essere esercitata in virtù delle disposizioni del regolamento 2021/267, 

Per la sola circolazione sul suolo nazionale, la validità delle patenti rilasciate in Italia è così prorogata:

scadenza originariascadenza prorogata
31 gennaio 2020 – 29 settembre 202029 luglio 2021 (*)
30 settembre 2020 – 30 giugno 202110 mesi a decorrere dalla data della scadenza originaria (**)

(*) si applicano le disposizioni di cui all’articolo 103, commi 2 e 2 sexies, del DL n. 18 del 2020, come convertito e succ. mod.: in tali casi, la disposizione nazionale è di maggior favore rispetto alle disposizioni unionali;(**) si applicano i dieci mesi di proroga di cui all’articolo 3, paragrafo 1, del regolamento (UE) 2021/267

Infine,  come documento di riconoscimento, la validità delle patenti di guida rilasciate in Italia, con scadenza compresa tra il 31 gennaio 2020 ed il 29 aprile 2021, è prorogata fino al 30 aprile 2021. La validità ai fini dell’espatrio resta limitata alla data di scadenza indicata nel documento. 

(elaborazione dati Camera dei deputati)

GLI ACCORDI DI DAYTON 25 ANNI DOPO. IL PROCESSO DI EUROPEIZZAZIONE DELLA BOSNIA ERZEGOVINA

EUROBALCANI – Con l’europarlamentare Anna Cinzia BONFRISCO (Gruppo Lega-ID), e Gaetano MASSARA, analista politico dei Balcani.

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Sono trascorsi oramai 25 anni dalla firma degli Accordi di Dayton, che posero fine alla sanguinosa guerra in Bosnia dei primi anni Novanta. Una “pace imperfetta”, risultato di un difficile compromesso, necessaria per permettere la pacifica convivenza tra le diverse etnie presenti sul territorio: bosgniacchi, serbi e croati. Un precario equilibrio che, nonostante le persistenti criticità, ha permesso alla Bosnia Erzegovina di chiedere nel 2016 l‘adesione all’Unione europea. A differenza di altri paesi dei Balcani (come Albania, Serbia e Macedonia del Nord), il percorso della Bosnia Erzegoniva per entrare nella grande famiglia europea necessiterà ancora di diversi anni per arrivare a compimento, e non si realizzerà fintantoché le 14 priorità individuate dalla UE non si saranno trasformate in riforme concrete. Nonostante ciò, è indubbio che il processo di europeizzazione della Bosnia Erzegovina sia già in corso. In questo senso, la realizzazione dell’allargamento dipenderà anche dall’atteggiamento dell’Europa, che dovrà saggiamente accompagnare il necessario processo di democratizzazione politico-economico e culturale bosniaco. Diversamente, esiste il rischio concreto che altri “competitor” ( in primis Russia e Cina, ma anche la Turchia) possano allontanare la Bosnia Erzegovina dall’Europa. Da questo punto di vista, l’Italia è chiamata a giocare un ruolo determinante.

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FONDI EUROPEI 2014-2020. COME L’ITALIA NON HA SPESO 53 MILIARDI.

Con l’on. Francesca Donato, europarlamentare Gruppo Lega – Identità e Democrazia, membro della Commissione per lo Sviluppo regionale e della Commissione per i problemi economici e monetari.

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In tutti questi mesi ci hanno propinato l’avvento del Recovery Fund come l’inizio della rinascita del nostro Paese, mediante cui superare tutte le criticità economiche e sociali generate dalla pandemia. La realtà, purtroppo, ci pone dinanzi ad una narrazione alquanto diversa. Prenderne coscienza, significa essere pronti ad affrontare le difficoltà che ci aspettano con pragmatismo, poiché la cosa peggiore che può capitarci è di essere impreparati davanti alla sfide che ci attendono. Da questo punto di vista, l’europarlamentare Francesca Donato, attraverso un’efficace parallelismo tra le risorse dei Fondi europei e quelle del Next Generation EU, ci ha fornito una visione ad ampio spettro dell’attuale momento storico.

Il ciclo dei Fondi europei ha una durata di sette anni, quello appena conclusosi si riferiva al periodo 2014-2020. Per accedere a queste risorse ogni paese deve stipulare un Accordo di partenariato con la Commissione europea, attraverso cui lo Stato membro indica le strategie, le priorità e le modalità di attuazione delle risorse. Secondo i dati forniti dall’ex Ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, nell’ambito di un’audizione parlamentare, in sette anni l’Italia è riuscita a spendere soltanto il 28,5% dei 53 miliardi che erano stati assegnati al nostro Paese. Una percentuale, tra l’altro, superiore a quella del ciclo 2007/2013. Tuttavia se andiamo a vedere le performance degli altri paesi Ue, la media di utilizzazione dei fondi non supera il 40%. Ciò significa che, al di là delle problematiche nazionali, c’è qualcosa che non funziona a livello di regole europee. Del resto, se nessun paese riesce a spendere più del 40% dei fondi di cui potrebbe usufruire, è evidente che esiste un problema strutturale. L’on. Donato ci ha confermato che, nelle preposte sedi europee, da diverso tempo si sta discutendo per modificare le norme che regolano l’accesso alle risorse messe a disposizione dall’Europa, con esiti per il momento non troppo confortarti.

Le similitudini con il procedimento relativo alla presentazione del Recovery Plan sono evidenti, con la differenza che i dettami previsti per le risorse del Next Generation EU sono più stringenti, vincolanti e presentano maggiori condizionalità. Indi, l’estremo ottimismo ostentato da chi pensa di avere già in tasca 209 miliardi da spendere è, nella migliore delle ipotesi, fuorviante.

Anzitutto, dovremo essere capaci di presentare un adeguato Piano nazionale di Ripresa e Relisienza ( il c.d. PNRR o Recovery Plan) e, soltanto a seguito dell’approvazione dello stesso da parte del Consiglio, la Commissione europea erogherà il 13% dell’ammontare delle risorse complessive. Successivamente, se non saremo in grado di raggiungere le tappe e gli obiettivi intermedi ( che secondo le indicazione europee devono essere “specifici, misurabili, raggiungibili, realistici e con scadenze precise”) non arriveranno altre elargizioni. Inoltre, per avere accesso ai 127 miliardi di prestiti, dovremo dimostrare di essere stati in grado di spendere tutti gli 81 miliardi di sussidi a fondo perduto. Al riguardo, va detto che tra le ragioni del mancato utilizzo dei fondi europei 2014/2020 risaltano:da una parte il ritardo nell’approvazione dell’Accordo di partenariato con la Ue, che è stato approvato un anno dopo l’inizio del ciclo; dall’altra il ritardo nella designazione delle autorità nazionali chiamate a gestire di fondi, confermate soltanto nel 2018 ( a due anni dalla scadenza del settennato).

Il Governo Draghi compirà il miracolo tanto atteso? Probabilmente sarebbe stato più onesto parlare chiaro agli italiani e prospettare la realtà per quella è: il momento storico è molto difficile e ci aspettano scelte difficili. Il sogno di tornare alla “normalità” non si realizzerà rifugiandosi in vane illusioni, bensì affrontando i problemi con coraggio e realismo. Dal momento che non ci è dato di esprimere la nostra idea di futuro attraverso elezioni democratiche, ci aspettiamo quanto meno di essere trattati da persone mature e benpensanti, laddove possiamo prendere decisioni consapevoli soltanto conoscendo la realtà dei fatti. Le soluzioni, come ci ha indicato l’on. Francesca Donato in questo podcast, ci sono. E dalla politica, adesso, ci aspettiamo un atteggiamento diverso.

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DRAGHI EUROPEI. IL NUOVO GOVERNO, LE SFIDE INTERNAZIONALI.

RISIKO – Con Antonio Albanese e Graziella Giangiulio, direttore e condirettore di AGC Communication.

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Cosa sappiamo realmente dell’attuale Presidente del Consiglio incaricato? La narrazione su Mario Draghi, che solitamente viene proposta all’opinione pubblica, è quella dell’uomo legato indissolubilmente al mondo della grande finanza mondiale, perlopiù annoverato in ragione del suo ruolo nelle privatizzazione italiane del 1992 e per l’incarico ricoperto all’interno della Goldman Sachs. Due vicende che lo hanno reso inviso agli occhi dell’italiano medio, almeno fino a due settimane fa. Stante i sondaggi degli ultimi giorni, infatti, sei italiani su dieci considerano con favore la costituzione del Governo Draghi.

Senza dubbio, Mario Draghi è un personaggio complesso, ma per aspetti diversi dai “luoghi comuni” che circolano sul suo conto. Sicuramente, ascoltando questo podcast, avrete modo di ripensare all’immagine stereotipata che circola sul conto del prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Antonio Albanese e Graziella Giangiulio, come sempre fatti alla mano, sono andati a ripercorrere l’intenso vissuto, personale e professionale, del prof. Mario Draghi, per andare a comprendere un aspetto fondamentale della sua personalità: il pensiero che muove le sue azioni. Ad esempio: qual è la sua idea di Europa? Oppure: come dovrebbe essere ripensato il concetto della sovranità nazionale nell’epoca della globalizzazione?

Un percorso bibliografico che si snoda attraverso gli scritti e gli interventi di Mario Draghi: dalla sua tesi di laurea, conseguita nel 1970, fino ad arrivare alle prolusioni che ha tenuto negli ultimi anni. Di certo, terminato l’ascolto di questa puntata, avrete degli elementi più chiari ( e realistici) per cogliere gli aspetti più rilevanti del percorso di ripresa e resilienza che l’ex presidente della BCE ha intenzione di far intraprendere all’Italia, e all’Europa. Azzardando una previsione, possiamo affermare che Mario Draghi espleterà il suo mandato rimanendo fedele ad un concetto a lui molto caro: quello del “compromesso”. Non a caso, il gesuita Mario Draghi, in uno dei suoi più recenti interventi, ha voluto ricordare ai suoi uditori le parole pronunciate nel 1981 da Papa Benedetto XVI: “Esseri sobri, fare ciò che è possibile e non pretendere con cuore ardente l’impossibile è sempre stato difficile. La voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale, ma la verità è che la morale politica consiste proprio nel resistere alle suggestioni delle parole magniloquenti (…) Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.

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CAOS VACCINI. CONTRATTI SEGRETI, POCA TRASPARENZA, SOLIDARIETÀ TRABALLANTE.

Con l’on. Luisa Regimenti, europarlamentare Gruppo Lega -Identità e Democrazia.

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on. Luisa Regimenti

Ci avevano detto che con l’arrivo del vaccino anti covid, in pochi mesi ci saremmo lasciati alle spalle la pandemia, prospettandoci quel ritorno “alla normalità” che tutti agogniamo da tempo. Ma il meccanismo si è inceppato a distanza appena di poche settimane dall’avvio della vaccinazione in territorio europeo. Appare ormai chiaro, nostro malgrado, che il vaccino anti covid non è l’antidoto miracoloso che tanto attendevamo. Nel contempo, gli errori politici commessi, tanto in sede europea quanto a livello nazionale, sono tragicamente emersi. Incompetenza? Distrazione? Superficialità? Quale che sia la risposta a queste domande, a distanza di quasi un anno dall’inizio della pandemia, ci troviamo oggi a non disporre all’interno dell’Unione di una valida politica di contrasto alla pandemia. Nel mentre, le persone continuano ad ammalarsi e a morire. Nel mentre, al grido dell’emergenza, le nostre libertà personali continuano ad essere drasticamente limitate e la nostra economia severamente compromessa. L’amarezza peggiore davanti a questa situazione è l’ormai certezza che c’era un’altra strada da percorrere, che ci avrebbe permesso di convivere con questo virus pur continuando a vivere le nostre esistenze.

In questa intervista, la professoressa Luisa Regimenti, europarlamentare del Gruppo Lega-Identità e Democrazia, ci ha spalancato le porte del Parlamento europeo, per renderci edotti di quanto sta avvenendo a Bruxelles. E la situazione è preoccupante. I contratti stipulati tra la Commissione e le case farmaceutiche, nonostante le proteste degli europarlamentari, continuano ad essere “segreti”. Del presunto accordo tra la Germania e l’azienda tedesca Biontech per una fornitura extra di vaccini, nonostante le sollecitazioni del Parlamento europeo, ancora non si hanno notizie certe. E l’on. Regimenti lancia diversi allarmi, e avverte: i vaccini da soli non ci porteranno fuori dalla pandemia e, con le varianti del virus che si stanno scoprendo, ci sarà bisogno di vaccinarsi ogni anno come accade per la vaccinazione antinfluenzale. E ancora, è necessario implementare le cure mediche diverse dai vaccini, per fare in modo di curare sempre più persone presso il proprio domicilio, evitando così l’ospedalizzazione.

Sull’obbligatorietà dei vaccini, l’on. Regimenti, è risoluta: non si può imporre la vaccinazione senza una totale trasparenza informativa, in merito alle diverse tipologie di vaccini e alle controindicazioni a cui si va incontro. Il diritto ad essere informati e quello di scegliere consapevolmente, non si toccano! A ciò si aggiunge la questione dell’approvvigionamento delle materie prime per la produzione di farmaci salva vita, poichè l’Europa è tuttora dipendente dalla forniture provenienti da Paesi extra UE.

Insomma, la strada è ancora tutta in salita. I nodi politici da sciogliere sono ancora molti, e rischiano di fare saltare il precario equilibrio che i 27 avevano trovato per fare fronte alla pandemia. Una speranza per spezzare questo meccanismo poco virtuoso, ci viene dal meccanismo EU4Health 2021-2027, il nuovo programma per la salute messo in campo dall’Europa con uno stanziamento di oltre 5 miliardi, che dovrebbe aiutarci ad uscire da questa emergenza e a rendere maggiormente resilienti i sistemi sanitari nazionali. Ci rende ottimisti sapere che uno dei relatori del progetto è proprio l’on. Luisa Regimenti.

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L’EUROPA TENDE LA MANO AI BALCANI.

RISIKO – Con Antonio Albanese e Graziella Giangiulio, direttore e condirettore di AGC Communication e la partecipazione dell’on. Cinzia Bonfrisco, europarlamentare Gruppo Lega-ID, Commissione Esteri del Parlamento europeo.

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Puntata di Risiko dedicata all’allargamento dei confini dell’Europa ai Paesi dei Balcani Occidentali: Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Kosovo, Repubblica della Macedonia del Nord e Serbia. L’estensione territoriale dell’Unione, riporta in primo piano la questione dell’identità europea. Già le adesioni di ben dodici Paesi dell’Europa dell’Est avvenute tra il 2004 e il 2007, a cui si è aggiunta la Croazia nel 2013, hanno evidenziato come i criteri per l’accesso all’Unione siano divenuti più un’opportunità politica che una condivisione di “valori” comuni. L’ampliamento dei confini verso i Balcani suscita una serie di nuove questioni, come quella di avere all’interno della Ue Paesi a maggioranza musulmana.

Il punto è: dove inizia e dove finisce ( o dovrebbe finire) l’Unione europea? In questo dibattito entra prepotentemente la questione dell’avanzata della Cina, dal momento che Pechino negli ultimi anni ha spinto l’acceleratore verso i Balcani, e l’impronta cinese nella penisola balcanica è ormai divenuta una realtà preoccupante per la sicurezza europea. La discussione attuale sull’allargamento dei confini europei, quindi, potrebbe non essere più incentrata sulla condivisione di comuni “radici”, quanto sulla necessità di evitare che il “Celeste impero” conquisti parte del Continente europeo. Come a dire: meglio noi che loro.

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RECOVERY PLAN. COSA CI CHIEDE L’EUROPA?

Con la partecipazione di Francesco Buonomenna, professore associato di diritto dell’Unione europea, Università degli Studi di Salerno.

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Il Consiglio europeo dello scorso 10 dicembre ha dato il via libera alle risorse del Next Generation UE. Adesso l’Italia, al pari degli altri Paesi europei, dovrà presentare alla Commissione europea un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), meglio noto all’opinione pubblica come Recovery Plan. Al riguardo, il Governo ha recentemente divulgato la ripartizione degli stanziamenti, e subito si è scatenata la polemica. C’è chi ritiene che si debbano destinare più risorse alla sanità, altri che ritengono che il Piano dovrebbe includere ulteriori settori d’intervento. Una discussione che, in generale, denota una non piena comprensione dei vincoli e delle finalità che sono stati posti dall’Europa per ottenimento di questi fondi. Con il prof. Francesco Buonomenna, abbiamo cercato di delineare i capisaldi di quello che dovrà essere il PNRR, partendo dalla disamina degli obiettivi del Next Generation EU: in pratica ciò che si potrà fare o non si potrà fare con queste risorse.

Anzitutto, il Recovery Plan deve definire attraverso un dettagliato cronoprogramma le tappe e i target intermedi e finali del Piano. Gli obiettivi, secondo quanto specificato nelle Linee guida della UE, devono essere specifici, misurabili, raggiungibili, realistici e con scadenze precise. Già, perché le verifiche da parte della Commissione saranno a cadenza semestrale, e il mancato raggiungimento dei target precluderà ulteriori esborsi da parte dell’Europa. In altre parole, non soldi facili da poter spendere quando e come si vuole.

I paletti stabiliti dall’Europa sono diversi. Il 37% di tutte le risorse deve essere destinato alla transizione green e il 20% al digitale. Poi ci sono le Raccomandazioni a cui l’Italia si dovrà attenere, e che riguardano principalmente la riforma della pubblica amministrazione e il miglioramento del sistema giudiziario, soprattutto in merito alla riduzione dei tempi nei processi civili e penali. Inoltre, con le risorse del Next Generation non si possono finanziare progetti già finanziati da altri fondi europei; così come in materia di infrastrutture non sono, ad esempio, finanziabili interventi che non presentano un piano progettuale sufficientemente realizzabile dal punto di vista delle tempistiche e modalità di attuazione ( in considerazione anche del fatto che gli impegni giuridici del Recovery Plan dovranno terminare il 31 dicembre 2023). Allo stesso modo, non sono finanziabili i progetti “datati”, per i quali si sono riscontrati nel tempo problemi di attuazione, e per i quali non è plausibile trovare una soluzione nel medio termine.

In generale, tutti i progetti dovranno dimostrare di avere un impatto diretto sul PIL, e un aumento del livello occupazionale e della resilienza sociale. Questo è un aspetto importante, dal momento che questi debiti a partire dal 1° gennaio 2027 dovranno essere ripagati e, poiché trattasi di debiti comuni europei, i singoli Stati chiedono garanzie sul fatto che gli interventi producano effettive ricadute sulla crescita. Tutto ciò, ci fa capire che queste risorse non sono destinate a soddisfare i più disparati desiderata, vanno piuttosto considerate come un’opportunità per rimuovere quegli ostacoli strutturali che fino ad oggi hanno impedito un’adeguata crescita nel nostro Paese.

Non solo. In merito all’attuazione del Piano, l’Europa chiede anche una garanzia sulla capacità amministrativa, atta ad assicurare che le riforme e gli investimenti procedano come pianificato. In altre parole, la creazione di un team di esperti, è una scelta obbligata per poter presentare il Piano. Come verrà inquadrata questa struttura e il raccordo con il Parlamento, riguardano scelte politiche e di governo. E’ chiaro, però, che con l’attuale macchina della pubblica amministrazione, non saremo in grado di realizzare questo imponente progetto di riforma.

Insomma, il percorso per redigere questo Piano nazionale è tutto il salita. L’Italia, che ha fortemente sostenuto in Europa l’esigenza di mettere a disposizione queste risorse per ovviare in maniera solidale alle conseguenze della crisi generata dalla pandemia, con il Recovery Plan si gioca tutta la sua credibilità, a livello europeo e internazionale.

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RECOVERY FUND. A CHE PUNTO SIAMO?

Con Francesco Buonomenna, professore associato di diritto dell’Unione europea, Università degli Studi di Salerno.

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In questi ultimi giorni, comprensibilmente, l’attenzione dell’opinione pubblica si è focalizzata sulle ultime disposizioni anti-covid contenute nel DPCM varato la scorsa domenica da Palazzo Chigi. Ad aver creato un clima sociale di “alta tensione” sono state le chiusure che hanno interessato diversi settori economici. Tuttavia, non dimentichiamo che la vera partita economica si gioca in Europa: senza le risorse che stanno per essere messe a disposizione dalla UE, il nostro Paese con molta probabilità non riuscirà a tirarsi fuori dalla crisi economica causata dalla pandemia. Si tratta di un’opportunità, ma se sbaglieremo scelte e strategie, condanneremo l’Italia almeno fino al 2058. Ricordiamoci che i soldi che andremo ad utilizzare sono a debito! Ciò significa che in questo momento i cittadini devono tenere desta l’attenzione e, all’occorrenza, incalzare il legislatore, affinché gli italiani siano coinvolti e adeguatamente informati in merito al processo decisionale che si concluderà formalmente con la presentazione a Bruxelles del Piano Nazionale (PNRR). Il prof. Francesco Buonomenna, professore associato di diritto dell’Unione europea presso l’Università degli Studi di Salerno, ci ha aiutato a fare il punto della situazione, per capire come sta procedendo la discussione europea in vista del Consiglio europeo di dicembre; quali sono le procedure e le tempistiche a breve e lungo periodo; quali le aspettative su cui possiamo far conto senza rimanere delusi. Nel podcast, tutti i dati e le spiegazioni sul Piano europeo anti-Covid e sul Piano di Ripresa e Resilienza Nazionale (PNRR).

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L’EUROPA ALLA PROVA DEL CORONAVIRUS

PRESENTAZIONE DEL LIBRO DELL’ON. LUISA REGIMENTI, EUROPARLAMENTARE DELLA LEGA.

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ON. LUISA REGIMENTI- PARLAMENTO EUROPEO, 29 GENNAIO 2020

La professoressa Luisa Regimenti, è presidente dell’Associazione Nazionale Medici Legali – Medicina Contemporanea e insegna presso l’Università di Tor Vergata. Nel 2019 è diventata parlamentare europea della Lega-Salvini Premier, con 34.962 voti preferenza. Dai banchi del Parlamento europeo il 29 gennaio scorso, quando ancora tutti noi eravamo ignari del flagello che stava per abbattersi sulle nostre vite, l’on. Luisa Regimenti lanciò un grido di allarme, chiedendo all’Europa di insistere presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per spingerla a dichiarare lo stato di emergenza mondiale, nonché di prendere a livello europeo tutte le misure necessarie per fronteggiare l’emergenza sanitaria in arrivo dalla Cina. Tutto documentato nel video qui riportato. Ciò significa che già alla fine di gennaio i nostri governanti avevano già a disposizione le informazioni necessarie per intervenire. E, infatti, ai microfoni di Radio Sparlamento l’on. Regimenti ha raccontato che in quel momento “ciò che arrivava dalla Cina faceva presagire la catastrofe”. L’appello dell’on. Regimenti non venne ascoltato, anzi per le sue dichiarazioni fu anche derisa da diversi colleghi ( anche questo documentato negli interventi della seduta del Parlamento europeo del 29/1/20). Appena il giorno seguente, il 30 di gennaio, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nell’ambito di una conferenza stampa a Palazzo Chigi, rassicurava la popolazione che la situazione era sotto controllo. Il 10 marzo tutto il Paese è stato costretto a fermarsi per cercare di non soccombere alla pandemia: oltre 30 mila nostri connazionali, non ce l’hanno fatta. Non possiamo evitare di chiederci come sarebbe oggi la situazione, dal punto di vista sanitario, sociale ed economico, se l’appello dell’on. Regimenti fosse stato quanto meno preso in considerazione.

Durante la quarantena, l’on. Luisa Regimenti ha utilizzato il suo tempo per scrivere il libro “L’Europa alla prova del Coronavirus: una sfida o un’occasione mancata?”, raccogliendo dopo giorno riflessioni e valutazioni, scientifiche e politiche, per gestire l’emergenza. Nell’intervista che ieri l’on. Regimenti ha rilasciato ai microfoni di Radio Sparlamento, l’europarlamentare della Lega ha messo a fuoco alcune questioni che dovrebbero sollecitare una profonda riflessione in merito alle modalità con cui continua ad essere gestita la società al tempo del Covid-19. Il dubbio, sempre più fondato, è che l’emergenza sanitaria causata dal coronavirus sia stata strumentalizzata per adattare la democrazia alle esigenze di chi oggi, a diversi livelli, detiene il potere. Se così fosse, le nostre libertà fondamentali sarebbero messe in serio pericolo da un’insidia peggiore del virus: la propaganda politica. “In questi mesi” – ci racconta l’on. Regimenti – “ho sentito tante sciocchezze, cose inesatte, imprecise e spesso false, da parte di sedicenti esperti che in televisione hanno praticamente riscritto i trattati di medicina”.

L’on. Regimenti arriva anche a definire il divieto di effettuare le autopsie sui morti di Covid un “abominio scientifico” . Questo punto merita un approfondimento. Su oltre 30 mila morti in Italia – spiega l’europarlamentare della Lega – sono state effettuate soltanto 17 autopsie, quelle attraverso cui la comunità scientifica è riuscita a comprendere le lesioni anatomo patologiche causate dal virus. L’on. Regimenti, in qualità di medico legale, ci ha spiegato che l’ondata dei decessi iniziali causati dal Covid si è verificata in quanto, poiché si trattava di un virus sconosciuto, si curavano i sintomi anziché le cause della malattia. Infatti, all’inizio l’attenzione era stata messa sull’insufficienza respiratoria, che è un sintomo della malattia da Covd-19. Soltanto a seguito dei riscontri delle autopsie si è capito che bisognava intervenire sulle micro embolie, che oggi vengono adeguatamente trattate con farmaci specifici, tipo l’eparina. Non a caso, il numero dei decessi si è enormemente ridotto. Perchè allora il Ministro della Salute, Roberto Speranza, ha vietato di effettuare le autopsie? Seconda la versione ufficiale sarebbe stato pericoloso esporre i medici legali che effettuano le autopsie al virus. Se il Ministro avesse chiesto un parere a qualsiasi medico legale sarebbe stato rassicurato su questa eventualità, tant’è che l’on. Regimenti, da medico legale, ha chiarito che quando un professionista effettua un’autopsia non sa mai di fronte a cosa potrà trovarsi, per questo i medici legali sono preparati sempre a tutto, e utilizzano ogni volta le giuste misure di sicurezza. La domanda iniziale, rimane senza una risposta e solleva diversi dubbi.

L’on. Luisa Regimenti, contesta anche le statistiche sui morti e i contagiati, ossia i bollettini quotidiani a cui siamo sottoposti ad ogni ora del giorno. Dal punto di vista scientifico – ci spiega l’on. Regimenti – è inesatto affermare che una persona è morta per il Covid, poiché i decessi riguardano persone che, quando sono stati contagiati, già soffrivano di patologie concomitanti. Da questo punto di vista, i numeri esponenziali di “morti per Covid”, non possono essere considerati “verità scientifiche”, perché in realtà nemmeno i medici possono pronunciarsi con certezza sul merito della questione.

Veniamo alla questione dei c.d. “casi dei positivi asintomatici”. Anzitutto, l’on. Regimenti ci spiega di cosa si tratta. “Un positivo asintomatico – spiega la prof.ssa Regimenti – è un vaccinato. Cioè è una persona che è venuta in contatto con il virus, il suo sistema immunitario lo ha riconosciuto, è riuscito a combatterlo e non ha sviluppato la malattia. Quindi è una persona immunologicamente sana. In pratica è una buona notizia, non una cattiva notizia”. Il punto è che nel computo dei malati che ogni giorno ci propinano, sono sommati anche i positivi asintomatici. Viene spontaneo chiedersi se “nelle alte sfere” ci sia la volontà di gonfiare appositamente le statistiche sul Covid-19, per fare “terrorismo” mediatico e culturale.

La questione vera – osserva l’on. Regimenti – è che in questo momento non esistono “verità scientifiche” e bisognerebbe avere l’umiltà di ammetterlo, invece di spaventare le persone per giustificare un mancato ritorno alla normalità. Facciamo un passo indietro. A marzo ci è stato detto che era necessario chiudere il Paese per contrastare il dilagare dell’epidemia. Ma attenzione, la malattia Covid-19 causata dal coronavirus non è letale per chi la contrae. In quel momento l’emergenza era sanitaria: non si conosceva il virus, quindi non era possibile curarlo adeguatamente. In altre parole il Covid-19 ha generato in tutto il mondo un’emergenza sanitaria, il lockdown doveva servire a dar modo alla politica di impiegare risorse adeguate per fronteggiare la pandemia. A distanza di 7 mesi, sappiamo che il Covid-19 è una malattia che può essere curata come qualsiasi altra malattia, e che può provocare decessi come qualsiasi altra malattia. Allora perché il Paese fatica a tornare alla normalità? Per normalità, non si intende fare finta che il virus non esita. Significa prendere atto che in questo momento storico bisogna convivere con una malattia che può portare alla paralisi la nostra società, ed è quindi necessario prendere le giuste misure di sicurezza. Detto questo, è indispensabile cominciare a riprogrammare le nostre vite, non vivere ogni giorno senza sapere quello che potrà accadere la settimana successiva. Questa situazione sta portando il Paese alla paralisi , e le conseguenze economico-sociali, purtroppo saranno evidenti dal prossimo anno. Di certo, una popolazione intimorita dai “numeri” non si oppone con fermezza contro chi avrebbe dovuto gestire la situazione pandemica per riportare la situazione sotto controllo. Sarà per questo che i numeri dei morti e contagiati sono “gonfiati”?

La questione, in realtà, non riguarda soltanto il nostro Paese. L’Europa a livello sanitario sta facendo molto poco per risolvere la situazione, ecco perché molti osservatori considerano il Next Generation EU uno specchietto per le allodole, che di certo ha spostato l’attenzione dalle questioni merito a “quanti soldi possiamo ottenere”. Ci spiega l’on. Regimenti che non sono ancora state varate linee guida sanitarie europee per tutti gli Stati, soprattutto non si sta facendo il necessario per rendere l’Europa autonoma dagli Stati terzi riguardo all’approvvigionamento dei dispositivi e dei farmaci. Difatti, molte materie prime necessarie per lavorare i farmaci che vengono prodotti in Europa provengono dall’estero. Se questi Paesi dovessero smettere di rifornirci, il nostro Continente rimarrebbe senza farmaci, e non solo per Covid-19. Perché queste informazioni non vengono fornite dai cittadini?

C’è poi la questione dell’emergenza dei migranti, che la revisione dei decreti sicurezza contribuirà a peggiorare. L’on. Luisa Regimenti parla di vere “bombe infettive”, e non solo in riferimento al Covid. “Da medico – dice l’on. Regimenti – pretendo che nei Centri di accoglienza ci sia un’assistenza sanitaria regolare per queste persone, che devono essere visitati e controllati periodicamente”. Il problema, infatti, non è l’accoglienza, è ciò che succede dopo quando queste persone sono lasciate libere di andare in giro in ogni dove sul territorio nazionale. E’ la prima volta che mi capita si sentire un politico, oltretutto con competenze mediche, affermare apertamente che bisogna tenere presente che i migranti hanno portato nel nostro Paese malattie che erano in quiescenza, come la tubercolosi, la meningite e la scabbia. L’unico medico che, intervistato, mi ha riportato lo stesso problema, è stato il prof. Miedico, successivamente radiato dall’Ordine dei Medici. A noi italiani, però impongono le vaccinazioni obbligatorie e le mascherine H24.

Come usciremo da questa situazione? O meglio, riusciremo a farlo? L’on. Regimenti – da buona cattolica – non perde l’ottimismo. “La ricetta per la felicità non ce l’ha nessuno – dice – speriamo sia l’occasione per procedere tutti insieme verso un nuovo futuro”. Noi di Radio Sparlamento, che siamo un po’ più cattivi, non possiamo non mettere in evidenza che proprio il partito accusato di essere negazionista della pandemia e delle sue conseguenze, sia stato il primo ad aver lanciato a livello europeo un grido di allarme per metterci tutti in salvo prima dell’arrivo della tempesta, e non è stato ascoltato! Ma questa è l’epoca del paradosso, quella della “non-ragione”, come aveva previsto Charles Handy.

SISTEMA ALIMENTARE SOSTENIBILE: LA STRATEGIA UE “DAL PRODUTTORE AL CONSUMATORE” ARRIVA IN PARLAMENTO

AUDIZIONE DELLA DR.SSA ELISABETTA LUPOTTO, DIRETTORE C.R.E.A. ALIMENTI E NUTRIZIONI – COMMISSIONE AGRICOLTURA CAMERA

Il 20 maggio 2020 la Commissione europea ha presentato la comunicazione “Una strategia dal produttore al consumatore” (Farm to fork strategy – F2F) (COM(2020)381), insieme alla comunicazione “Strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030” (COM(2020)380), per rafforzare l’ecosostenibilità dell’economia dell’UE nella prospettiva di azzerare le emissioni di gas a effetto serra entro il 2050. In particolare, la strategia “Dal produttore al consumatore” per un sistema alimentare più sano e rispettoso dell’ambiente, intende guidare la transizione della produzione agroalimentare europea verso uno standard globale di sostenibilità.

SINTESI DELL’AUDIZIONE DEL C.R.E.A – DR.SSA ELISABETTA LUPOTTO

La Comunicazione è attualmente all’esame della Commissione Agricoltura della Camera. In questo video Radio Sparlamento propone la sintesi dell’audizione del CREA ( Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) svolta dalla dr.ssa Elisabetta Lupotto, direttore CREA Alimenti e Nutrizioni, che individua gli obiettivi della strategia e la posizione dell’Italia.

In sintesi – spiega la dr.ssa Lupotto – la strategia si pone di raggiungere obiettivi importanti entro il 2030, tra cui la riduzione fino al 50% dell’uso dei pesticidi; la diminuzione significativa dei fertilizzanti, soprattutto quelli che forniscono azoto e fosforo, nonché la drastica riduzione della loro perdita per la conservazione della fertilità dei suoli; la riduzione del 50% degli antimicrobici negli allevamenti animali; l’ampliamento dell’agricoltura biologica. La strategia pone molta attenzione anche sulla non sostenibilità dei regimi alimentari della UE, caratterizzati da un eccesso di alimenti ad alta densità energetica ( soprattutto carni rosse, zuccheri, sali e grassi) e un uso al di sotto del necessario di cereali frutta, verdura, legumi e frutta secca. In questo ambito la strategia prevede anche una particolare attenzione alla riduzione dello spreco alimentare, prevedendo il dimezzamento dello spreco pro capite entro il 2030. Al riguardo, è importante sottolineare come i comportamenti alimentari scorretti siano alla base dell’incremento delle malattie cronico degenerative come l’obesità, le malattie cardiovascolari, il diabete e iperpressione. Tra l’altro, in questo senso la pandemia ha messo in evidenza come lo stato di salute della popolazione sia determinante per contrarre il Covid-19.

Veniamo alla situazione italiana. Il C.R.E.A. ha sottolineato come l’Italia risulti essere uno dei Paesi europei più virtuosi in questo settore, in ragione dei progressi legislativi dei ultimi anni che di fatto hanno già avviato il percorso di transizione sostenibile previsto dalla UE. Difatti, per quanto riguarda la diminuzione dei gas serra, l’Ispra ha recentemente rilevato un calo delle emissioni derivanti dal settore agricolo nazionale. In particolare negli ultimi 10 anni – osserva la dr.ssa Elisabetta Lupotto – in Italia si è assistito ad un calo del 10% delle vendite dei fitofarmaci e dei fertilizzanti azotati. Dal 2006, inoltre, al fine di migliorare il benessere degli animali, è stato previsto il blocco degli antibiotici per gli animali da allevamento, che ha portato alla riduzione fino al 50% dell’impiego di antibiotici a scopo terapeutico. Un altro passo in avanti in questo settore è stato conseguito nel 2018, con la previsione di una Banca Dati nazionale che, attraverso l’informatizzazione delle ricette, monitora il consumo di farmaci e antibiotici somministrati nel settore zootecnico.

Nell’ambito delle produzioni vegetali, invece, lo sviluppo di pratiche di produzione integrata ha portato ad una significativa riduzione dell’impiego dei fitofarmaci stimata nel 20%, grazie all’ampliamento delle conoscenze scientifiche, all’innovazione dei prodotti, a programmi di miglioramento genetico, all’affinamento dell’agricoltura digitale di precisione. Dall’ottobre 2019 è in corso un esame della situazione italiana con la pubblicazione della bozza del nuovo Piano nazionale per la sostenibilità dei prodotti fitosanitari, come richiesto dalla Direttiva 2009/128, per ridurre la dipendenza dell’agricoltura e del verde urbano da prodotti fitosanitari. Il C.R.E.A. – sottolinea la dr.ssa Lupotto – lo scorso 31 agosto, nell’ambito del G20 MACS (Meeting of Agricultural Chief Scientists G20) organizzato in Arabia Saudita, ha presentato risultati prontamente applicabili per il recupero di molecole bioattive mediante processi di estrazione green applicabili a diversi settori industriali. Infine, si rileva che negli ultimi anni in Italia si è registrato un aumento della scelta del consumatore verso i prodotti bio, un settore che nel 2019 ha raggiunto i 3 miliardi di euro. Per quanto riguarda lo spreco alimentare, l’Osservatorio sulle eccedenze, sui recuperi e sugli sprechi alimentari, istituito nel 2017 dal MIPAAF e il CREA, ha messo in atto misure concrete per facilitare azioni di recupero dell’invenduto alle donazioni agli indigenti.

La comunicazione 2020/381 è accompagnata da un allegato contenente un cronoprogramma con l’elenco degli interventi e il loro calendario indicativo, per l’adozione anche di nuovi atti legislativi e la revisione di quelli esistenti in importanti ambiti della politica agricola, come verrà specificato nel prosieguo della trattazione. Il CREA sottolinea l’importanza per l’Italia di fortificare le conoscenze del consumatore per una scelta consapevole degli alimenti, soprattutto prevedere un’etichettatura che riconosca l’impronta ecologica dei prodotti.

IL MINISTRO FRANCESCHINI ANNUNCIA IL PIANO CULTURA E TURISMO PER IL RECOVERY FUND

Il Ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, in audizione ieri nella Commissione Cultura della Camera dei deputati, ha illustrato le proposte del suo Dicastero in merito all’utilizzo delle risorse del Recovery Fund.

Anzitutto, il Ministro annuncia un imponente Piano per la digitalizzazione del patrimonio culturale pubblico, a partire dalla Digital Library, per rendere fruibile tutto il patrimonio italiano degli archivi, delle biblioteche, delle Sovrintendenze, e non solo. Per questo settore il Ministro Franceschini parla di “possibilità concrete  di un finanziamento consistente”, tanto per le risorse umane quanto per quelle tecniche. Sempre nel comparto della digitalizzazione è stata avanzata una proposta per l’ammodernamento delle agenzie di viaggi e tour operator.

Un punto importante della relazione del Ministro ha riguardato il potenziamento del settore audiovisivo. “Investite in cinema significa investire nella capacità attrattiva del nostro Paese” – spiega il Minsitro Dario Franceschini – perchè ” un film girato in Italia è un’opera di promozione del Paese molto più di qualsiasi campagna di promozione e spot a pagamento”.

Sempre in ambito del turismo, il Ministro ha anche annunciato un grande Piano nazionale di riqualificazione imprese ricettive a cui saranno dedicate “risorse significative”. “Abbiamo bisogno – afferma il Ministro – di un turismo di qualità che oggi non trova risposte adeguate in particolare in molte zone del Paese, dove ci sono pochi alberghi a 5 stelle e strutture qualificate”.

Il Ministro Franceschini annuncia anche un Piano di riqualificazione dell’edilizia rurale, recupero dei borghi e riqualificazione dei centri storici. Al riguardo saranno previsti una serie di incentivi, quali il bonus facciate per mettere in condizioni i proprietari privati di beni vincolati di poterli restaurare e renderli fruibili al pubblico. Annunciate anche risorse ingenti da investire nella formazione turistica.

E ancora. Tra le proposte che il Ministero della Cultura ha portato al Tavola interministeriale per discutere il Recovery Plan, figurano la rigenerazione delle aree industriali dismesse e un Piano straordinario per la messa in sicurezza antisismica e efficientamento energetico di tutti i luoghi della cultura.

Da ultimo, è previsto un Piano strategico per il turismo lento per sviluppare le aree interne del paese, valorizzando le ferrovie storiche, i treni turistici, i cammini, le piste ciclabili, anche attraverso la crescita delle attività imprenditoriali di supporto. Un Piano turistico sostenibile che – afferma il Ministro – a seguito della pandemia è considerato un “turismo sicuro”.

A quanto pare, lo spettacolo dal vivo sembra essere il grande assente di questo Piano nazionale per la cultura e il turismo, almeno in questa fase. Il Ministro Franceschini ha parlato di incentivi e detrazioni, ma soltanto rispondendo ad alcune domande dei Commissari in merito alla filiera dello spettacolo. Ad ogni modo, il Ministro ha chiarito da una parte che si tratta di proposte che dovranno essere discusse collegialmente dal Governo, dall’altra ha puntualizzato che “il Recovery Plan non è un contenitore in cui può entrare di tutto e che i progetti vanno inseriti nel rispetto delle linee guida nazionali e di quelle europee”. Forse un messaggio per gli esclusi.  La scadenza ultima è il 30 aprile 2021.

RECOVERY FUND: LE TAPPE, I TEMPI, LE PRIORITÀ.

AUDIZIONE PARLAMENTARE DEL COMMISSARIO EUROPEO ALL’ECONOMIA, PAOLO GENTILONI

Il Parlamento riprendere i suoi lavori, dopo la pausa estiva, e il primo importante appuntamento è con il Commissario Europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, che ieri ha riferito nelle Commissioni Riunite Bilancio e Politiche europee di Camera e Senato.

Nell’ambito dell’ audizione, il Commissario Gentiloni ha chiarito le tappe, i tempi e le priorità a cui dovranno attenersi i 27 Paesi dell’Unione europea nell’attuazione del Next Generation UE. “E’ un’opportunità, ma anche una grande responsabilità – ha dichiarato Paolo Gentiloni – per rendere le nostre economie più resilienti, competitive e sostenibili”. Un imponente progetto da 750 miliardi di euro. L’Italia, nell’ambito di questa strategia comune, sarà il Paese che potrà contare sul volume più alto di risorse: circa 209 miliardi ( tra sovvenzioni e prestiti) messi a disposizione attraverso il c.d. Recovery Fund (Recovery and Resilience Facility).

Per accedere a questi fondi, ogni Stato dovrà presentare un Piano nazionale di ripresa e resilienza. Questo percorso inizierà dal 15 di ottobre, quando i singoli governi potranno presentare le prime bozze con l’indicazione degli obiettivi generali, le linee di intervento e le priorità. La presentazione “formale” e definitiva dei Piani, avverrà dai primi mesi del 2021 e fino alla fine di aprile, definito come termine ultimo. Da quel momento, la Commissione avrà 8 settimane di tempo per proporne al Consiglio europeo l’approvazione. Il Consiglio, dopo “una esaustiva discussione”, avrà a disposizione ulteriori 4 settimane per decidere a maggioranza qualificata. Al momento dell’approvazione definitiva da parte del Consiglio, allo Stato membro verrà erogato dalla Commissione il 10% dell’ammontare del Piano. Le successive erogazioni, invece, avverranno a cadenza semestrale e – ricorda il Commissario Gentiloni – saranno legate ad una procedura complessa sulla base dei risultati raggiunti a livello nazionale e sul rispetto dei tempi previsti. Quindi: l’approvazione definitiva dei Piani è prerogativa del Consiglio, le erogazioni delle risorse sono di competenza della Commissione. La restituzione del debito avrà durata trentennale, a partire dal 2026. Le “condizionalità” che ogni Paese dovrà rispettare per ricevere ulteriori erogazioni in denaro, saranno due. Non basterà attenersi soltanto alle tempistiche. I risultati raggiunti dovranno essere esattamente quelli descritti nel Piano approvato dal Consiglio europeo.

I Piani nazionali – chiarisce il Commissario all’Economia – dovranno rappresentare la giusta armonia tra responsabilità nazionali ed equilibrio europeo. Da questo punto di vista, Paolo Gentiloni ha chiarito da una parte che i Piani non saranno redatti o imposti da Bruxelles, dall’altra che la Commissione non è un intermediario finanziario, ma ha l’obbligo di garantire le priorità comuni europee. E le priorità europee sono tre. La prima priorità è contribuire alla sostenibilità ambientale. Il Next generation prevede un vincolo del 30% legato alla transizione ambientale, che all’interno dei singoli piani nazionali sarà di circa il 35% delle risorse complessive. E’ anche specificato che nei Piani nazionali non saranno accettate misure e investimenti dannosi per l’ambiente. La seconda priorità è rappresentata dalla resilienza e sostenibilità sociale. La terza priorità riguarda la transazione digitale.

C’è poi un’ulteriore indicazione che i singoli Paesi dovranno seguire nel redigere i Piani nazionali, e trattasi del rispetto del pacchetto di raccomandazioni che la Commissione ha predisposto per ogni Paese, in particolare quelle relative al 2019/2020. Per quanto riguarda il nostro Paese, esse riguardano soprattutto: la digitalizzazione, l’adeguamento delle strutture sanitarie, la riforma della giustizia civile e della Pubblica Amministrazione, l’aumento del tasso di occupazione, soprattutto riguardo al Sud e alla popolazione giovanile e delle donne.

Ciò detto, appare chiaro che le risorse del Recovery Fund saranno disponibili a partire dalla seconda metà del 2021. Oltre al pacchetto Sure, che è intervenuto per finanziarie la cassa integrazione, le risorse disponibili nel 2020 – chiarisce Paolo Gentiloni – sono i fondi del RIACT-UE e dell MES. L’allocazione dei 47 miliardi del RIACT-EU è ancora in corso di discussione, si tratta comunque di risorse che saranno disponibili nell’ultimo trimestre del 2020.

Esiste una evidente diffidenza nei confronti del Meccanismo Europeo di Stabilità,anzitutto perché si tratta di un organismo non comunitario ma intergovernativo, con un proprio CdA che prende le sue decisioni. Tuttavia, nell’ambito della sua audizione, il Commissario Gentiloni ha chiarito due punti in merito alla cancellazione delle condizionalità macroeconomiche per i prestiti straordinari destinati ad affrontare l’emergenza sanitaria da Covid-19. Anzitutto, a seguito di una lettera della Commissione del 7 maggio 2020 ( a firma Gentiloni/Dombrosky), il CdA del MES si è espresso per la non applicazione delle norme sul rafforzamento della “sorveglianza economica e di bilancio” per i prestiti con destinazione vincolata all’adeguamento sanitario. Da ultimo, il Parlamento europeo, in data 19 giugno ha approvato – spiega il Commissario all’Economia – un emendamento al Regolamento UE del 13 maggio 2013, che specifica in maniera inequivocabile che per la linea di prestiti per il settore sanitario non ci saranno richieste legate alla situazione macro economica degli Stati. Rimane il fatto, però, che al momento, nonostante tutte queste rassicurazioni, dei 27 Paesi della UE soltanto Cipro ha richiesto di accedere a questa linea di credito.

Un aspetto di non poco conto per decifrare la portata complessiva del Next Generation UE riguarda la reintroduzione delle norme sul patto di stabilità e sugli aiuti di Stato, e su questo punto diversi parlamentari hanno chiesto lumi al Commissario. Parrebbe, tuttavia, che al momento la questione sia stata lasciata in sospeso. L’auspicio del Commissario Gentiloni è che le clausole che hanno sospeso il patto di stabilità non vengano reintrodotte presto, in quanto potrebbero generare effetti recessivi. Allo stesso tempo – aggiunge Gentiloni – tornare a delle regole condivise, non significa tornare alle stesse regole di prima. Ma questo è soltanto un auspicio. Ad ogni modo, Gentiloni avverte il nostro Paese: “Non possiamo immaginare che questa grande operazione europea abbia cancellato il debito pubblico italiano”. E questo suona più come un avvertimento.

Di buon auspicio, e molto apprezzabile, è stato l’intervento del neo presidente della Commissione Affari europei del Senato, il sen. Dario Stefano, il quale “correggendo” un’affermazione del Commissario Gentiloni, ha voluto sottolineare che non è il Governo a dover varare il Piano nazionale, ma il Parlamento. Non solo. Ha anche esplicitamente invitato la politica ad “evitare una deriva governativa”. Davanti ad un Piano di oltre 200 miliardi, che impegnerà il Paese per circa 30 anni, non è pensabile che sia soltanto una parte politica a decidere il futuro dell’Italia. Il fatto che a pronunciare queste parole sia stato un membro dell’attuale maggioranza, nonché presidente di una Commissione cruciale in questo momento politico, ci fa ben sperare!

SINTESI AUDIZIONE PARLAMENTARE DI PAOLO GENTILONI, COMMISSARIO EUROPEO ALL’ECONOMIA

EUROPA: TUTTI O NESSUNO? Intervista al prof. Cosimo Risi

INTERVISTA AL PROF. COSIMO RISI

Questa mattina sono iniziati a Bruxelles i lavori del Consiglio europeo straordinario, per la prima volta in presenza dopo l’emergenza Covid. La posta in gioco è alta, e non solo per la quantità di risorse che l’Europa si appresta a mettere a disposizione dei singoli Stati. Le decisioni che verranno prese nei prossimi giorni determineranno il percorso che prenderà la nuova Europa dell’era della post-pandemia. In questa intervista il prof. Cosimo Risi, già ambasciatore e professore di diritto delle relazioni internazionali all’Università Federico II di Napoli, ci offre una visione a 360 gradi della attuale situazione. Una disamina dei fatti e di quanto presumibilmente dovrà (o potrà) accadere, delle tappe future che ci aspettano e del ruolo dei diversi Paesi. E, in questa fase, è importante che i cittadini abbiano ben chiara la situazione, poiché le prossime decisioni condizioneranno il maniera pregnante il futuro di tutti. Il consiglio europeo oggi è chiamato a decidere in merito alla proposta di compromesso per il Piano di ripresa e il quadro finanziario pluriennale 2021/27, per un totale di 1.074 miliardi di euro suddividi tra prestiti, garanzie e sovvenzioni a fondo perduto. I singoli Stati dovranno presentare dei piani nazionali per la ripresa per il periodo 2021-2023 che saranno valutati, esaminati e approvati a maggioranza qualificata dal Consiglio europeo ( con un riesame previsto al 2022). Questi piani dovranno contenere ( leggi condizionalità) progetti legati al clima ( 30 per cento), ed è stabilito, inoltre, “un legame solido tra i finanziamenti e il rispetto della governance e dello Stato di diritto europeo”. In particolare, non è chiara la portata di quest’ultima condizionalità, quali conseguenze per gli ordinamenti interni potrà comportare. Più in generale, la questione che dovrà essere chiarita riguarda le modalità con cui questi piani nazionali saranno predisposti e approvati. All’inizio di parlava di un procedimento complesso attraverso la ratifica parlamentare da parte di tutti gli Stati membri. Su questo punto, il professor Risi ha chiarito che la ratifica subentra quando ci sono modifiche ai Trattati, questo però non è il caso. Ciò significa che i parlamenti dei singoli Stati non parteciperanno a decisioni che andranno a vincolare pesantemente i Paesi almeno per un decennio, dal momento che i pagamenti dei prestiti inizieranno a partire dal 2026. Poi c’è la questione del bilancio europeo, che va di pari passo con il Piano di ripresa post covid. Il punto è: dove prenderà l’Europa tutte queste risorse? In parte, essendo venuto meno il vincolo di pareggio di bilancio per la Commissione europea, arriveranno attraverso i mercati finanziari ( leggi indebitamento), dall’altra con l’introduzione di risorse proprie della UE. Al riguardo c’è chi fa notare che l’Europa è una sorta di salvadanaio, e che le risorse proprie alla fine rappresentano una rinuncia dei singoli Paesi a beneficio del salvadanaio. Stante questa situazione, sconcerta il dibattito parlamentare italiano che ha preceduto questo Consiglio europeo, nel quale queste argomentazioni non hanno trovato spazio. Si continua a parlare come questione dirimente delle condizionalità del MES, quando tutto il procedimento del Piano di ripresa europeo è soggetto a condizionalità sicuramente anche più incisive. Gli italiani avrebbero diritto di conoscere i termini di questo accordo prima che impegni vengano sottoscritti in via definitiva. Siamo sicuri che le Istituzioni europee in poche mesi si siano ravvedute, e che abbiano compreso tutti i passi falsi ( leggi errori) commessi in questi anni? Di parole belle ne abbiamo sentite tante, e non potrebbe essere diversamente. I fatti però sono quelli che contano e, guarda caso, lo scorso 13 luglio è stato nominato presidente dell’Eurogruppo ( che riunisce tutti i Ministri dell’Economia dell’Unione) Paschal Donohoe, Ministro delle Finanze irlandese ( leggi Paese frugale). La candidata ufficiale (leggi belle parole) di Germania, Francia, Italia e Spagna era la spagnola Nadia Calvino, ma dal momento che nell’Eurogruppo il voto è segreto alla fine è stato eletto il candidato dell’Irlanda, Paese contrario alla web tax ( dal momento che i grandi colossi hanno sede proprio a Dublino) e alla mutualizzazione del debito per il Piano di rilancio.

SAVONA: Serve un centro di coordinamento per gestire le nuove iniziative legislative europee

Il prof. Paolo Savona, attuale presidente della CONSOB, è intervenuto questa settimana alla Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul futuro dell’Unione europea, che si sta svolgendo presso la Commissione per gli Affari Europei. Il presidente Savona le carte le legge, ed è capace anche di interpretarle: attualmente sono in corso 216 tavoli di discussione in Europa, di cui 43 riguardano le nuove iniziative e 44 il riadattamento delle vecchie. Si tratta di una mole legislativa immensa, dove spesso la sintesi si trova nelle clausole e negli allegati. Per comprendere, quindi, la reale portata e l’incidenza di queste iniziative, occorre un coordinamento unico in grado di valutare gli effetti micro e macro di tutte le 213 iniziative. Tutti i Paesi europei – ha dichiarato il prof. Savona – sono provvisti di un nucleo formato da un imponente numero di persone: la Germania ne conta 800, la Francia 600. E in Italia? Anche in questo caso il nostro Paese va in ordine sparso, ognuno attaccato più alle proprie prerogative che al perseguimento del bene del Paese. Esiste un Ministero senza portafogli per le politiche UE, che agisce nell’ambito di un Dipartimento a Palazzo Chigi. Esiste una Direzione Generale al MEF, per gli aspetti economici e finanziari. Esiste un’altra Direzione Generale al MAE, per gli affari generali. Secondo il presidente Savona, in questo momento più che mai, è necessario un coordinamento unico che riferisca direttamente al Presidente del Consiglio. E’ quindi auspicabile che l’Esecutivo riprenda l’esperienza iniziata nel Governo Conte I, quella relativa al Comitato Interministeriale per gli Affari europei (CIAE), che era preposto proprio a questo compito. Nel precedente Governo, la delega a coordinare il CIAE era stata data al Dicastero guidato proprio dal prof. Savona. Peccato, racconta il presidente, che alle riunione del CIAE sia il MAE che il MEF non abbiano mai partecipato, preferendo procedere ognuno per proprio conto. Sarà questo il motivo che ha spinto il prof. Savona ha lasciare il Governo I, preferendogli la presidenza della Consob?

IL RISCHIO SUICIDI NELL’ERA DELLA POST-PANDEMIA

Ne abbiamo parlato con l’on. Luisa Regimenti, europarlamentare (Lega) e il prof. Maurizio Pompili,ordinario di psichiatria all’Università La Sapienza di Roma.

INTERVISTA ALL’ON. LUISA REGIMENTI E AL PROF. MAURIZIO POMPILI

Morti per “disperazione”. E’ così che si definiscono le persone suicide. Eppure, ci ha spiegato il prof. Maurizio Pompili, ordinario di psichiatria all’Università La Sapienza di Roma, queste persone non vogliono morire, muoiono perché non hanno più una speranza a cui aggrapparsi. E’ questo il dramma che si sta consumando nella nostra società, aggravato enormemente dalla pandemia ancora in corso. Tutti i focus internazionali ci dicono che in questi mesi c’è stato un aumento esponenziale dei suicidi e dei tentati suicidi, un numero che è destinato ad aumentare nei prossimi mesi. In questo caso la prevenzione è d’obbligo! Ma cosa si sta facendo? Soprattutto, la politica ha compreso che è necessario un intervento immediato, dal momento che la maggior parte dei suicidi avviene per questione economiche? Qualche speranza ci giunge dall’Europa. L’onorevole Regimenti, membro della Commissione Sanità nell’europarlamento, ci ha parlato del Programma Salute per il 2021/2027 per i quali sono stanziate ingenti risorse economiche. In questo contesto, l’on. Regimenti, anche in qualità di relatore ombra del progetto, ci ha assicurato che presenterà tutti gli emendamenti necessari per prevenire il rischio suicidi in Europa e in Italia. Le strutture territoriali per attivare dei servizi per i cittadini hanno bisogno di risorse e di figure specializzate, per assistere le persone pensano al suicidio come soluzione possibile per sfuggire alla propria disperazione, a quelle persone che hanno tentato il suicidio, ai familiare che hanno subito la perdita di un proprio caro che si è suicidato. Parlare di questo fenomeno può aiutare tante persone a non commettere l’ultimo gesto estremo. Ci aiuta a sensibilizzarci, a cogliere ” i segnali” di rischio per stare vicino a chi è senza speranza. Ci dà la possibilità di rendere questa società migliore di com’è. Senza dubbio è un paradosso che la “società del benessere” non sia riuscita a dare benessere ai suoi cittadini, lasciandone milioni ai margini di un’esistenza che di dignitoso ha conservato ben poco.